25 aprile 2013

Sono particolarmente emozionata e soprattutto onorata, oggi, per il fatto di trovarmi qui, nella mia città, per la prima volta a parlare come rappresentante dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia in ricordo di coloro che hanno combattuto per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo quasi settant’anni fa.
Forse alcuni di voi si domanderanno a che titolo una trentenne, che ha studiato la Resistenza sui libri e l’ha ascoltata nei racconti di chi c’era e vi ha partecipato, possa prendere la parola in un giorno come oggi. Forse perché di Partigiani ormai ne sono rimasti tanto pochi? Da un lato, c’è senz’altro la necessità di tramandare e mantenere vitale il ricordo dei Caduti per la libertà: nel 2006, quando l’ANPI ha deciso di aprire agli “antifascisti”, tale iniziativa è stata presa anche per garantire un futuro all’Associazione, quando i Partigiani che hanno combattuto per la libertà non saranno più qui a raccontarcelo. È per me doveroso a questo punto ricordare che, poco più di un mese fa, ci ha lasciato anche Teresa Mattei, partigiana, la più giovane componente dell’Assemblea Costituente (al tempo aveva solo 25 anni): una delle sue più grandi battaglie è stata proprio quella di trasmettere la memoria alle nuove generazioni, una memoria che non sia solo vuota retorica, ma una memoria attiva che guarda al futuro. Assai significative sono le parole di uno dei suoi ultimi discorsi, tenuto a Brindisi e rivolto proprio ai giovani, che vorrei riportare qui ora in tutta la loro forza e la loro carica di limpido e inossidabile amore per il Paese. Queste dunque le sue parole rivolte ai giovani: “Siete la nostra speranza, il nostro futuro. Custodite gelosamente la Costituzione. Abbiamo bisogno di voi in modo incredibile. Cercate di fare voi quello che noi non siamo riusciti a fare: un’Italia veramente fondata sulla giustizia e sulla libertà”.  Mi sento dunque grata nei confronti di chi, come Teresa e tanti altri Partigiani, si è sentito in dovere di testimoniare fino alla fine e si è impegnato nel corso di tutta una vita a far conoscere ai più giovani, come me, la propria storia, a trasmettere i valori che li hanno guidati, in modo tale che anche noi possiamo essere, per dirla con le parole del Presidente Nazionale dell’ANPI Carlo Smuraglia, “alfieri consapevoli di una bandiera gloriosa e carica di storia”. È grazie a loro se oggi sono qui a parlare e a festeggiare con voi il 25 Aprile, la Liberazione e la democrazia, poiché mi hanno insegnato che “la libertà nel nostro Paese esiste grazie alla Resistenza, ma va allevata e custodita sempre perché è indipendente dalla vittoria” (G. Papi, introduzione a Io sono l’ultimo, Torino 2012, p. XII). Se dal 2006 a oggi i giovani in così grande numero si sono rivolti all’ANPI, ciò è stato perché hanno riconosciuto in questa Associazione una testimonianza coerente e sincero dei valori di libertà, uguaglianza e solidarietà che sono quelli sui quali si fondano la nostra democrazia e la nostra Costituzione.
Ricevere il testimone che ci viene trasmesso dai giovani di settant’anni fa, però, non significa semplicemente tramandare la memoria di quello che è stato e celebrare la lotta per la liberazione dalla dittatura fascista e dagli orrori dell’occupazione nazista della Penisola. La Resistenza va fatta rivivere, va attualizzata: anche oggi, infatti, abbiamo seri motivi per resistere. Come ricorda il partigiano francese Stéphane Hessel, “la Resistenza è stata un momento storico molto particolare, che non ha alcun motivo di riprodursi sotto quella forma: un Paese invaso, persone che devono resistere a una situazione diventata insopportabile. Oggi, però, siamo di fronte a situazioni insopportabili e contro le quali dovremmo avere lo stesso tipo di reazione”. 
Tali situazioni scandalose sono sotto gli occhi di tutti: l’emergenza sociale, determinata dalla crisi economica, e la sofferenza del nostro Paese che ha investito tutte le generazioni e tutte le categorie; la corruzione in ogni settore della nostra società e il forte condizionamento da parte della criminalità organizzata; gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza fra i cittadini e che, impedendo di fatto il pieno sviluppo della persona umana, non consentono l’attuazione dei principi contenuti nell’articolo 3 della nostra Costituzione (e l’art. 3 non è il solo articolo della Costituzione a non essere ancora pienamente attuato); poi, un sistema politico che si è dimostrato incapace, finora, di trovare non solo risposte e soluzioni adeguate a questi problemi, ma anche di garantire al Paese la governabilità e la stabilità delle sue istituzioni;  infine, il riproporsi di iniziative di stampo neofascista: basti pensare all’invasione di alcuni licei romani, all’idea di dedicare un Sacrario a Rodolfo Graziani, o a quella di far tenere una lezione agli allievi di una scuola militare di Cesano, presso Roma, a Mario Merlino, che in quell’occasione ha pubblicamente insultato i partigiani ed esaltato i soldati repubblichini, dimostrando simpatia per un passato che non stenteremo a definire senza alcuna esitazione nefando.  Non possiamo in alcun modo restare indifferenti a tutto questo: è necessario indignarsi e far sentire in modo forte la nostra voce, nella consapevolezza che i nemici, nuovi e vecchi, sono tanti, ma che nessuno di questi è veramente invincibile.
Tuttavia, oggi come oggi, indignarsi non basta più. Troppo spesso negli ultimi mesi noi Italiani abbiamo dimostrato di non avere ben chiare le idee relativamente ai rapporti che intercorrono fra indignazione contro la situazione di emergenza sociale che interessa il nostro Paese, da un lato, e antipolitica, dall’altro. Sarebbe un errore attribuire la priorità a quest’ultimo aspetto, dimenticando invece che il nodo dell’intera questione è costituito dall’emergenza sociale; e la storia ci insegna che l’antipolitica è stato lo strumento principe di movimenti autoritari e populistici che hanno voluto strumentalizzare e piegare ai propri fini le forti tensioni sociali.  È giunto il momento di impegnarsi, di cercare risposte a quelli che sono i veri problemi del Paese: bisogna opporsi attivamente a ciò che c’è di sbagliato, al fallimento del sistema, spendendosi in prima persona per correggerlo e cambiarlo. Anche questa volta possiamo e dobbiamo seguire l’esempio dei partigiani, la cui indignazione non ha portato soltanto al rifiuto e alla lotta contro il nazifascismo, ma che si sono impegnati anche e soprattutto in una fase ricostruttiva della democrazia, già a partire dall’esperienza delle Repubbliche Partigiane e poi, dopo la liberazione, a livello nazionale. Ed è opportuno ricordare che questo cammino è stato percorso insieme, da forze diverse, ma tutte unite e solidali nel combattere il nemico comune e nell’aspirazione a una società più giusta, libera e uguale, e così dovrà essere anche oggi, come il Presidente della Repubblica Napolitano ci ha ricordato con forza qualche giorno fa. Oggi come allora la direzione che dobbiamo percorrere è quella che porta all’attuazione piena e completa della nostra Costituzione.
Forse, in un certo senso, era tutto più facile per i Partigiani, che avevano un nemico in carne ed ossa contro cui combattere; oggi, invece, abbiamo di fronte dei mali impalpabili, come il disincanto (“tanto non cambia nulla…”), la rassegnazione (“tanto sono tutti uguali…”), l’indifferenza (“non mi occupo di queste cose…”), e poi la speculazione finanziaria, i poteri forti, la criminalità organizzata, la crisi… Una volta ci si aggregava a un gruppo di partigiani e si cominciava a combattere; e ora? Ora non bisogna stancarsi mai di riflettere, di scrivere, di partecipare attivamente all’elezione dei nostri rappresentanti, di progettare, di spendere il proprio tempo per la politica che è un servizio pubblico e non un’occasione per l’affermazione personale: è un’azione a lunghissimo termine e come tale può anche scoraggiare. Ma i Partigiani sono qui a ricordarci per che cosa combattiamo e attraverso il loro esempio possiamo imparare di nuovo, come disse il Presidente della Repubblica Ciampi a Bergamo nel 2003, “il senso dell’ assunzione di responsabilità, la capacità di prendere decisioni e di non impressionarci per gli impegni che la vita ci propone e che il nostro avvenire come società ci impone”.
Certo, non possiamo dire di essere particolarmente incoraggiati da quello che leggiamo sui giornali o seguiamo in televisione e sui nuovi media. Molte forze, che definirei reazionarie, ostacolano il cambiamento. Eppure qualcosa si muove e a partire da questo seme di speranza dobbiamo cominciare a costruire. Dobbiamo prendere atto, al di là di quanto è accaduto negli ultimi mesi, che dalle ultime elezioni è uscito un Parlamento profondamente rinnovato a livello anagrafico e di genere; molti sono i giovani, alcuni dei quali assai preparati e motivati, e molte sono le donne, sempre più consapevoli del loro ruolo civile e sociale. Una donna, poi, è stata investita di un ruolo di grande responsabilità, quello di Presidente della Camera dei Deputati. Nel suo discorso di insediamento, l’Onorevole Laura Boldrini ha ricordato molte delle sfide che l’Italia di oggi si trova ad affrontare e ha richiamato alla solidarietà le forze politiche (sono le sue parole) “ per riuscire ad affrontare l’impegno straordinario di rappresentare nel migliore dei modi le istituzioni repubblicane”, nella consapevolezza che “la responsabilità del Parlamento si misura anche nella capacità di saper rappresentare e garantire ad uno ad uno  i diritti universali della nostra Costituzione”, quei diritti che sono stati scritti nelle aule del Parlamento, “ma sono stati costruiti fuori di qui, liberando l’Italia e gli Italiani dal fascismo”.
È dunque possibile il cambiamento, che, come ricorda il Presidente Smuraglia, non sarà solo un semplice cambiamento generazionale (non basta infatti essere giovani), ma, più in profondità, un rinnovamento nel modo d’essere della politica e della società; un ricambio che saprà far largo alle nuove generazioni, “garantendo però la qualità e conservando il valore dell’esperienza dei più vecchi”.
E proprio nell’ottica della trasmissione dei valori legati all’esperienza i Partigiani hanno ancora oggi qualcosa da dire e da insegnare ai più giovani. L’Italia che i Partigiani vedono oggi davanti a sé non è forse, per parafrasare il titolo di un libro di Carlo Azeglio Ciampi, “il Paese che sognavano”.  Eppure, continuando a testimoniare la loro storia a chi nel ’45 ancora non c’era, essi costituiscono quella guida, quell’ “esperienza” a cui, oggi, si potrà guardare per una nuova resistenza, quella di chi è convinto che l’impegno civile significhi ancora qualcosa.
A settant’anni di distanza, è giunto forse il momento anche per noi di “far risorgere i nostri battaglioni”, seguendo l’esortazione che nel 1943 Concetto Marchesi, Rettore dell’Università di Padova, rivolgeva ai propri studenti: Resistenza nel 2013 ha ancora un significato importante.
Luigia Businarolo

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