Alleanza fra produttore e consumatore. L’esperienza di XIGAS














Ricevo e pubblico da Gigi Perinello, titolare della XIGAS, il racconto di questa esperienza locale che spero possa essere stimolo alla discussione su come affrontare l’attuale crisi economica.

Il progetto di XIGAS nasce dalle esperienze e dalle riflessioni di imprenditori che hanno sperimentato il sistema di produzione convenzionale dell’abbigliamento e hanno subito la scelta di ricollocare le produzioni sulla pelle delle loro piccole aziende artigiane e dei loro lavoratori. Ricollocare gli ordinativi da parte dei loro committenti, ha significato per loro perdere lavoro, essere costretti a scelte drastiche fra le quali i licenziamenti sono stati la più dolorosa.
La globalizzazione delle produzioni è una scelta delle multinazionali della distribuzione che ricercano prezzi sempre più bassi di produzione per rispondere ai bisogni complessi del sistema distributivo. Un sistema che ha varie componenti che determinano il costo da aggiungere a quello di produzione della merce: il sostegno al marchio, il carico pubblicitario costosissimo, il sistema manageriale e di sviluppo dei prodotti, la logistica, i negozi o le grandi catene di supermercati o centri commerciali. Queste componenti producono da sole la maggior parte del prezzo finale della merce condizionandolo irrimediabilmente. Apparentemente sembrano componenti intoccabili e appaiono come un pachiderma da alimentare attraverso la ricerca spasmodica di produzioni sempre a più basso costo. Quello che con abilità, competenza professionale, qualità riconosciuta, intelligenza e creatività veniva prodotto da tanti ottimi artigiani o piccoli imprenditori in aree produttive come le nostre, viene sacrificato all’ottica del profitto e del marchio. Non si è nemmeno tentato di ripensare ad un sistema che partisse dalle pregevoli emergenze locali che sempre hanno sostenuto il sistema economico del marchio. Il bisogno che dovrebbe essere comune a tutti i soggetti che fanno economia, di salvare i livelli di civiltà raggiunti attraverso investimenti in infrastrutture, assistenza, welfare, sviluppo di sistemi statali di sostegno all’economia, contratti di lavoro collettivi, rispetto ambientale, ecc. è stato tradito. La grande impresa, soprattutto le multinazionali, non si sono mai poste come centrale, nella loro strategia, la responsabilità sociale dell’impresa. Cosa che appare francamente incomprensibile.
Quando le grandi case distributive detentrici di marchi importanti spostano le produzioni, devono mettere in campo la potenza del proprio marchio e la notevole consapevolezza nelle proprie forze. La coscienza di ciò è data dalla capacità seduttiva e distributiva tipica del MARCHIO. L’elemento vincente in strategie di ricollocazione produttiva è la forza di controllo del mercato attraverso il MARCHIO.
Il suo potere si esprime anche in modi diversi, ricattatori. Assistiamo a casi in cui i prezzi offerti alle piccole aziende italiane sono talmente bassi da costringerli, per sopravvivere, a ricorrere a laboratori che non rispettano le elementari norme di sicurezza e contrattuali, dediti al lavoro nero schiavizzato. I committenti proprietari di marchi sanno che, a quei prezzi, non si può produrre se non a quelle condizioni. Per il loro buon nome essi non possono esporsi nella relazione col cinese di turno, delegano quindi ai propri fornitori, attraverso il grimaldello del prezzo ricattatorio, il compito di trattare e lavorare con le imprese fuorilegge, affidandosi così, nel caso vengano smascherati, alla scappatoia del “…non sapevo…” o del “…se lo avessi saputo non avrei dato il lavoro a quell’artigiano…”.
Tutto ciò sta depauperando il nostro sistema aziendale ed artigianale, incapace di assorbire da solo il gap competitivo. Si assiste così alla irreversibile diminuzione dei livelli di vita dei lavoratori che subiscono licenziamenti, attacchi alle garanzie contrattuali nel posto di lavoro, precarizzazione delle loro vite con conseguente impossibilità di progettarle, come ci si aspetta di fare, in un sistema di relazioni civili avanzato.
Globalizzazione significa dunque, tutto questo: attacco massiccio alle nostre aziende artigianali e attacco ai livelli di vita dei lavoratori e della classe media, diminuzione delle garanzie di civiltà, rapina del senso di progettualità delle nostre vite, ricatti sociali e colpevole ridefinizione della distribuzione del reddito.
Appare chiaro, dunque, che il legame fra piccole aziende e lavoro è inscindibile e particolarmente sviluppato nel nostro territorio caratterizzato da queste realtà. Vi sono imprenditori legati umanamente ed emotivamente ai pochi dipendenti, con i quali sono cresciuti e dai quali hanno sempre ricevuto attestati di amicizia e stima. Vi sono realtà di profonda sofferenza che rendono la scelta del licenziamento dei propri dipendenti una tragedia di dimensioni colossali. Prova ne sono stati i numerosi suicidi di imprenditori strozzati dal sistema degli appalti o delle commesse descritto in precedenza.
Penso quindi che dobbiamo immaginare queste aziende come veri e propri beni comuni del territorio. Capaci di generare relazione, saperi, lavoro. Soprattutto quest’ultimo è un diritto sancito dalla costituzione. E’ compito nostro organizzare un sistema per tentare di salvare quelle componenti del nostro tessuto sociale.
XIGAS nasce per questo.
L’esperienza che come componente di un Gas di Padova, Altragicolturanordest Il Ciclo Corto, mi ha convinto come la soluzione efficiente, sostenibile, adatta al momento storico in cui è sempre più solida la convinzione dei limiti del nostro sistema di sviluppo, sia quella di costruire una solida, duratura, responsabile alleanza fra produttori e consumatori. I gruppi di acquisto, rappresentano un sistema sostanzialmente adatto a ricoprire il ruolo di organizzatore dei consumi secondo stili di vita nuovi, adatti al clima di sobrietà che da più parti viene pensato come unica soluzione per il futuro. Possono assolvere a molte funzioni che sono oggi demandate al sistema distributivo ma svolte nella logica tipica di quel sistema:
1)       Possono incentivare produzioni adatte ad abitudini di vita sobrie, lontane da condizionamenti dettati da mode o da sistemi di marketing tipici delle economie di crescita.
2)       Possono incentivare produzioni locali, rivitalizzando emergenze locali tipiche, con prodotti a filiera corta e legate a saperi locali minacciati dall’appiattimento commerciale della globalizzazione.
3)       La filiera locale significa conoscenza diretta del processo produttivo, assunzione di impegni e di responsabilità reciproche fra produttore e consumatore, controlli stringenti e condivisi sulla bontà dei metodi usati per produrre, controllo diretto sul rispetto dei diritti dei lavoratori e conferma della responsabilità che il consumatore si assume nei loro confronti con i propri acquisti.
4)       Costruzione del giusto prezzo, capace di contemplare tutti gli impegni e i costi della filiera condivisa.
5)       Scelte comuni sul controllo delle materie prime utilizzate, che saranno il risultato ponderato di scelte attuate collegialmente fra il sistema produttivo e i gruppi.
6)       Difesa di saperi e conoscenze tipiche del territorio che attiveranno interessi nuovi sulla storia, le tradizioni, l’evoluzione culturale, i saperi scientifici e pratici. Questo è uno degli aspetti più importanti per attivare il percorso di consapevolezza verso scelte di sobrietà necessarie a sostenere tutto il sistema.
Queste sono solo alcune delle pregevoli ricadute di un sistema di relazioni condivise e orizzontali, che impegnano i due soggetti economici a collaborare per il benessere di entrambi.
Non mi dilungherò nell’analisi del sistema Gas che ha problematiche a se stanti e che vive in questo momento uno sviluppo a volte caotico e, per il momento, appare come un sistema di individui volenterosi, coscienti di doversi assumere un ruolo di straordinaria importanza in questo momento storico, ma che vivono le contraddizioni dello spontaneismo, spesso incapace di organizzarsi efficientemente e sempre affidato a pochi elementi che trainano e che producono coscienza da condividere. Le istituzioni spesso danno una mano a mantenere questo sistema nelle condizioni in cui si trova, non aiutandolo a risolvere almeno le questioni logistiche e ambientali (un luogo ove incontrarsi, un’area in cui ricevere i prodotti, un luogo ove coltivare le relazioni con i fornitori e dove si possa tenere un computer per collegarsi in rete) dimostrando la cecità tipica del sistema politico dei nostri tempi, che non comprende come sia semplice attivare assistenza alle famigli provate dalla crisi incentivando l’auto organizzazione attraverso i gruppi di acquisto. Questi sono argomenti che già si stanno trattando e che lentamente trovano illuminati esempi di soluzione.
La capacità innovativa implicita nel sistema economico di relazioni proposto dai Gas è evidente ed è interessante pensare di organizzare piccole aziende, presenti nel territorio, capaci, per la loro dimensione, di collegarsi al sistema e servirlo secondo i valori che esso richiede e veicola. Questo è quello che abbiamo fatto nel sistema XIGAS.
Partendo da analisi sulla proposta da costruire per i soci del nostro Gas, pensando di sfruttare le opportunità che la congiuntura di crisi economica stava realizzando, mettendo a frutto delle competenze di alcuni componenti dell’associazione, abbiamo pensato di realizzare un esempio di intervento nel sistema produttivo legato all’abbigliamento essendo quello uno dei bisogni quotidiani da risolvere nelle dinamiche famigliari.
Trovare le aziende disponibili al progetto è stato abbastanza semplice e tutto si è svolto secondo la gradualità imposta dalla mancanza di esperienza nella realizzazione di un progetto che confinava inizialmente più con l’utopia che con la realtà.
La prima azienda è stata un calzaturificio: Astorflex, che ha sposato immediatamente il progetto. Si trovava in una situazione di grave debolezza che aveva come risultato la necessità di mettere in cassa integrazione per due mesi all’anno i propri operai. Il legame con i propri committenti era quello descritto in precedenza con l’aggravante che già da tempo era stato costretto a delocalizzare la produzione in Romania perché costretto  a rispettare fasce di prezzo per le proprie produzioni, che risultavano impossibili continuando a lavorare in Italia. Scelti i materiali rigorosamente rispettosi dell’ambiente, costruito un sistema di norme etiche che prevedevano la ricollocazione della produzione per i Gas in Italia, verificato che il prezzo del prodotto fosse rispettoso della necessità di aiutare le famiglie provate dalla crisi, è stata realizzata la prima scarpa che, proposta ai componenti del Gas di Padova ha riscosso un tale successo da produrre un ordine di 600 paia. La partenza fu entusiasmante. Per brevità dirò da allora quali sono stati i numeri che hanno caratterizzato il progetto:
  1.      Anno 2007, il calzaturificio mette in cassa integrazione gli operai 2 mesi.
  2.      Settembre 2008, parte il progetto scarpe per i Gas
  3.      Marzo 2009, la produzione nella prima stagione invernale è stata di 4000 paia di scarpe con il risultato che il calzaturificio ha lavorato senza confermare la cassa integrazione dell’anno precedente
  4.      Settembre 2009, la prima stagione estiva si conclude con 12000 paia di scarpe e    sandali prodotti, si incominciano ad assumere le prime 3 persone per sopperire all’aumento di produzione
  5.     Il primo di novembre del 2009 Report fa una trasmissione raccontando del progetto a tutta l’Italia
  6.       Il 2 di novembre 2009 aumentano gli ordinativi in misura tale da farci concludere l’anno con 40.000 paia di scarpe prodotte.
  7.      Ad oggi il risultato in termini occupazionali è stato: 4 assunzioni in calzaturificio e 21 posti di lavoro salvati e creati nell’indotto a cui si aggiungono gli otto posti salvati nella conceria Itaca che concia, ultima al mondo le pelli al vegetale con concia lenta. Una nota particolare merita questo aspetto, quello della concia, che riguarda un sistema produttivo che stava per essere perso sia come realtà produttiva sia come conoscenza. Oggi producono anche loro sostenuti dal progetto legato ai gas.
  8.      Astorflex, ad oggi, lavora con circa 600 gas in tutti Italia, produce il 40 % della sua produzione per i gruppi ed il 60 % rimanente ancora per la grande distribuzione. Il trend è quello di conquistare ulteriori spazi alla GDO

Da allora altre aziende ci hanno chiesto di essere aiutate a fare la stessa esperienza di Astorflex, per tentare la ricostruzione di un futuro altrimenti inesistente. Tutte le nuove aziende sono accomunate da esperienze che le vede abbandonate da importanti marche che delocalizzano alla ricerca di condizioni lavorative a bassissimo costo, le quali però non appaiono capaci di garantire il consumatore sui livelli di qualità. Ancora una volta i marchi si comportano da detentori del potere di destrutturate le nostre società, opponendo il loro tornaconto al bene comune e alla responsabilità sociale d’impresa. Gli investimenti in infrastrutture lungamente pretesi, in welfare che ridistribuisce benessere diffuso e reddito, in educazione e conoscenza che realizza un sistema pronto alla ricerca e all’evoluzione scientifica, appaiono inutili di fronte al disastro sociale prodotto dal trasferimento delle produzioni altrove e dal conseguente generale impoverimento. Le nazioni che hanno così investito sono ripagate con l’eredità malata di multinazionali disinteressate ad essere motori di sviluppo sociale: caratteristica sempre sbandierata nei salotti buoni, ma mai rispettata.

Con i nuovi artigiani stiamo realizzando da sei mesi delle performance di vendita che sembrano far ben sperare per il futuro.
Concludo sottolineando come questo percorso non abbia, come ricaduta, solo quella occupazionale e di rivitalizzazione delle aziende. Ogni singola realtà ha cominciato un percorso di ricerca sui materiali che l’ha portata a scegliere materie prime sempre meno energivore e rispettose dell’ambiente, capaci di rispettare standard ambientali rigidi e controllati. I lavoratori sono tutti inquadrati a tempo illimitato, i prodotti sono corredati da un’etichetta trasparente che ne chiarisce i costi delle materie prime, del lavoro, rende trasparente il guadagno dell’azienda e le spese di commercializzazione.
Il bilancio fino ad oggi è positivo e comporta il notevole impegno di persone che girano l’Italia a spiegare il progetto di XIGAS tentando al contempo di ricostruire il senso critico nei consumatori. Tentiamo di spiegare sempre ed approfonditamente ogni aspetto della produzione e delle scelte di lavoro operate dalle aziende. I gruppi d’acquisto o il singolo privato percepiscono in tutto ciò lo sforzo di ridurre la lontananza fra produzione e consumo nella speranza che questo rappresenti il futuro economico per molti. Un futuro in cui il valore d’uso del bene è centrale rispetto al valore commerciale, mettendo così al centro della scena la necessità di rivedere i nostri stili di vita verso la sobrietà

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