Crisi e futuro del riformismo urbano


Immersi da qualche anno in una grave crisi economico-finanziaria che ha investito, come un tornado, l’occidente  e costretti a confrontarsi con culture e stili di vita di un un mondo sempre più globalizzato, è opportuno, tra le tante cose, interrogarsi anche su quale futuro immaginare per le nostre città ed il nostro territorio.
Tralasciando il dibattito sul ruolo dei diversi enti istituzionali di area vasta  
( Province, Aree Metropolitane, Regioni) e sulla fusione dei Comuni ( che affronteremo in altra occasione), vorrei portare l’attenzione sul tema del riformismo urbano.
Possiamo collocarne:
  •      la nascita:alla fine dell’ottocento, con le prime rivendicazioni legate all’espansione disordinata delle città causata dall’esuberante sviluppo industriale e i molteplici tentativi di risposte filantropiche;
  •       l’irrobustimento:con il dibattito urbanistico tra le due guerre e l’affermazione dei principi della “Carta  di Atene” e il tentativo di applicarli;
  •      l’affermazione: mediante esperienze e leggi, che in tutta Europa, negli anni ’50-60 del secolo scorso, cercarono di trovare dimensioni adeguate e disegni urbani all’insegna della qualità del vivere.




Dalla metà degli anni ’80 in poi, vi fu una brusca frenata e nel nome di “un falso riformismo”, si introdussero leggi che, da un lato puntavano sulla deregolamentazione del territorio e dall’altro contraevano le risorse a favore delle politiche pubbliche che si occupavano della vita concreta della gente.

Dai trasporti, all’istruzione, alla casa, ai servizi sociali, i finanziamenti vennero progressivamente spostati dal pubblico al privato senza per altro ridurre gli sprechi.
La situazione in cui ci troviamo è davanti agli occhi di tutti.
Si è costruito moltissimo, puntando sulla bassa densità edilizia.
La conseguenza è stata la dilatazione delle città, con un esagerato incremento dei costi nella formazione del capitale fisso sociale ( rete viaria e dei sottoservizi) , oltre allo spreco di terreno agricolo.
Tra varianti, deroghe, condoni, detrazioni ed incentivi si è invaso e congestionato il territorio di orrendi scatoloni a scapito di un paesaggio sublime.
Nonostante questa “corsa produttiva” persistono, anzi si sono aggravati gli squilibri tra i cittadini. Il censimento del 2011 ha registrato ben 71 mila famiglie (erano 23 mila nel 2001) che vivono in “altri tipi di alloggio” ( eufemismo per “roulotte-caravan, tenda, camper, baracca, capanna, grotta, garage, cantina, stalla” – definizione dell’Istat).

Una bulimica produzione normativa, statale e regionale, sempre in bilico tra interesse pubblico e interessi privati, negli ultimi dieci anni ci ha traghettati da un’urbanistica autoritativaad una concertata .
Oggi la sfida riformista è come rimettere ordine alla congestione ereditata e soprattutto come farlo con modestissime risorse e nel rispetto dell’interesse pubblico.
La crisi economica ha svelato l’insostenibilità di un modello dei consumi che ha dominato per 60 anni.
 Il progressivo impoverimento dei ceti medi e dei lavoratori sta contraendo la domanda e nel contempo l’ossessione dell’offerta consumistica approda ad una sovrapproduzione di merci. La stessa situazione si sta verificando nell’ambito del mercato immobiliare.
L’unica risposta è puntare sulla qualità e l’innovazione.
L’urbanistica concertata dovrebbe essere lo strumento adatto per “governare con trasparenza” questa trasformazione, conducendo, da un lato, gli operatori verso proposte migliorative della situazione attuale  e ritornando, dall’altro, la rendita urbana alla collettività in termini di opere pubbliche.

Este, 12/05/2012                              Natalino Boris Furlan

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