E’ la partecipazione il futuro dell’impresa

La partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa sta diventando un argomento del quale, finalmente, si discute nel merito, oltre i pregiudizi ideologici o di classe. 

A rendere possibile questo salto di qualità della cultura economica e sociale e del sistema di relazioni sono le sfide indotte, dalla dimensione globale, ai sistemi produttivi. 

Come il caso Fiat dimostra la necessità di organizzare il lavoro delle persone, renderlo il più possibile produttivo, resta, anche in un  “ambiente”  altamente tecnologico come quello che caratterizza la struttura industriale moderna, una componente decisiva per la capacità competitiva delle imprese. 

Dopo un periodo nel quale si pensava che la “civiltà delle macchine” si sostituisse alle persone, si è ragionevolmente compreso che anche la più elaborata intelligenza artificiale non surclassa la intelligenza naturale, tanto più se preparata e coinvolta. 

Il “fattore umano”, dunque, si consolida come componente essenziale della vita aziendale. 

La discussione sulla produttività degli impianti, infatti, come sui sistemi organizzativi più sofisticati, cessa rapidamente di essere solo “tecnica” e si sposta subito sui “soggetti”, sulle persone e la loro vita aziendale (e per riflesso quella esterna, privata), sui ritmi individuali della loro prestazione individuale e sui tempi di permanenza del singolo operaio o tecnico nella postazione assegnatali.


Se, dunque, pur in presenza di robot, informatica…meccatronica, il ruolo della persona non viene meno, anzi trova una nuova stagione di protagonismo, non si può dire altrettanto del suo peso. 

Da qui vengono a galla  tutti i problemi relativi alla scarsa valorizzazione del lavoro, a cominciare da quello che comporta più fatica psicofisica, più sforzo soggettivo, più “alienazione”, le cui forme attuali sono altrettanto, se non più, subdole di quelle tradizionali. 

Non si tratta solo di un mancato riconoscimento salariale, che pure è un problema, accentuato dalla crescita del differenziale tra i diversi livelli gerarchici della scala aziendale.  

La questione è ben più ampia, riguarda il “valore” che si vuole attribuire al lavoro nella società contemporanea nella quale il messaggio che i soldi si fanno con i soldi sembra prevalere.
In questo contesto assume significato strategico la scelta che gli attori politici, industriali e sociali debbono compiere in ordine al sistema di relazioni che può meglio reggere questo modello produttivo e competitivo coerente con una idea generale di società e di sviluppo. 

Altro, dunque, che fine del sindacato. A ben vedere, una nuova stagione di relazioni è alle porte e la affermazione con la quale Marchionne si è presentato alle Camere per la sua audizione lo prova. 

Potrà anche essere strumentale, ma dichiarare che la permanenza in Italia di Fiat dipende molto dalla stilupa e dal rispetto di accordi sindacali va presa sul serio. 

La lettura, in tal senso, del discorso di Bob King, il nuovo segretario del sindacato dell’auto americano, sul sindacalismo del XXI secolo è istruttiva, ma non solo per i sindacalisti, bensì anche per i managers ed i politici.
In sostanza: la strada dell’antagonismo è oggettivamente superata dai nuovi fatti storici e produttivi. La necessità di collaborare, di integrare le diverse espressioni che compongono la complessa vita di una impresa, in un disegno unitario, che comprenda azionisti,managers, dipendendi, collaboratori e, financo, gli stakholders esterni è, ormai, riconosciuto come il modo di gran lunga più interessante per attrezzarsi a produrre e competere in una ottica di sostenibilità sociale ed ambientale. 

Ma abbandonare l’antagonismo non è sufficiente. 

Il rischio, infatti – oggi ben presente nella realtà italiana –  è che l’abbandono dell’antagonismo (che nella sua disastrosa epopea garantiva, però, una reciproca compattezza e governo dei processi produttivi e sociali, sia pure nella volubile logica del pendolo dei rapporti di forza) lasci un vuoto non colmato che dà spazio ad una dispersione, frantumazione, disaffezione. 

Non sono i migliori presupposti per realizzare quella nuova coltura produttiva di cui abbiamo parlato.
Ecco, dunque, il cuore della questione: al futuro produttivo delle nostre imprese non basterà essere meno conflittuali, ma più collaborativi. 

Serve un salto deciso verso la partecipazione. 

E’ il momento di farlo, sia con gli accordi (ed è proprio ciò che manca all’accordo Fiat) che con le leggi. 

Per questo secondo fronte sono molte le proposte presentate alle Camere, tra le quali due a nostra firma, che prevedono un maggior coinvolgimento dei lavoratori innanzi tutto nella governance: dai consigli di sorveglianza, ai comitati strategici, dalle commissioni aziendali su temi quali la salute l’ambiente e l’ergonomia, la formazione e la crescita professionale, alla redistribuzione della retribuzione collegata alla redditività o produttività. 

Uno scenario che necessita di un contesto culturale ben diverso da quello propostoci dal Governo con la modifica dell’articolo 41 della nostra Costituzione. 

Semmai, se proprio vogliamo parlare di Carta costituzionale, è l’articolo 46 quello che andrebbe applicato. 

Ciò significa che non solo i sindacati e le imprese sono di fronte al bivio della scelta, ma l’intero Paese dovrà decidere quale è il modello sociale sul quale costruire il proprio sviluppo.

Pier Paolo Baretta
Cesare Damiano    
 

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