IL DECALOGO CONTRO LA PRECARIETÀ


Le associazioni delle “Generazioni ad alta risoluzione” (Hi Re Generations), chiedono al Governo un incontro per proporre e discutere alcune soluzioni, a partire da quelle a costo zero, che non sono entrate nella discussione per la riforma del mercato del lavoro. 

Il Decalogo contro la precarietà è nato da un percorso durato anni, che ha coinvolto numerose associazioni di giovani e lavoratori precari, e che ha dato vita a Il lavoro che vogliamo nel paese che vogliamo, un pacchetto articolato di norme specifiche per combattere gli abusi ed estendere diritti e tutele ai lavoratori precari. 

Il Decalogo indica le priorità nella lotta alla precarietà:


1) Le attività manuali ed esecutive si dovranno svolgere solo con contratti di lavoro dipendente e i contratti collettivi di lavoro dovranno stabilire le regole di utilizzo del lavoro autonomo e parasubordinato: nessun costo per lo stato, benefici di maggiore contribuzione futura, minori interventi sociali e minore contenzioso. 

2) Le dimissioni in bianco devono essere abolite e bisogna reintrodurre la “procedura Damiano”: nessun costo e benefici di maggiore tutela sociale e dignità della persona.

3) Devono essere aboliti: il contratto di associazione in partecipazione con solo apporto di lavoro, i contratti a chiamata, le collaborazioni non a progetto togliendo ogni eccezione all’applicazione dei Co. Pro. Deve essere circostritto l’uso dei voucher, dei contratti a termine e dei contratti a progetto. Nessun costo per lo stato e benefici di maggiore contribuzione, più entrate fiscali e migliore tutela sociale.

4) Non potranno essere applicati costi inferiori a quelli previsti da specifici contratti collettivi a tutti i lavoratori autonomi, professionisti e parasubordinati con un committente prevalente oppure iscritti alla gestione separata Inps in via esclusiva. In caso di mancata contrattazione, il costo sarà superiore del 15% rispetto a un dipendente di analoga professionalità. 
Una quota di questo contributo aggiuntivo dovrà alimentare un fondo solidaristico per le tutele sociali, ammortizzatori e formazione dei lavoratori atipici non subordinati. Nessun costo per lo stato e benefici per una maggiore contribuzione Inps di 108 milioni di euro annui e di circa 100 milioni al fisco. Il potere d’acquisto degli atipici aumenterebbe del 35%. 

5) Dovrà essere possibile un’unica forma incentivata di accesso al lavoro subordinato a causa mista (Contratto d’Inserimento Formativo) che abbasserà i costi del lavoro regolare per 6 anni. Nei primi 3 anni (o periodo inferiore stabilito dai CCNL in base alla professionalità da conseguire) si combineranno una paga inferiore a quella di un lavoratore stabile regolata dai CCNL con sgravi contributivi per l’impresa, riconosciuti dallo stato in proporzione alla formazione effettivamente svolta e si potrà recedere dal rapporto con preavviso. 
Nei successivi tre anni dopo l’assunzione a tempo indeterminato e con una percentuale minima del 50% d’assunzioni da effettuare, si applicheranno le percentuali di contribuzione previste fino al 2011 per l’apprendistato. Alla fine del secondo triennio il lavoratore dovrà sostenere un esame formativo di specializzazione. Il costo di questa proposta può essere vicino allo zero perchè si usano meglio le risorse già a carico dello stato per l’apprendistato professionalizzante e per i contratti d’inserimento. Assieme sono attorno al 60% della spesa per politiche attive con un costo, per il solo apprendistato, di circa 2.250 mln di € all’anno. 
L’Apprendistato, infatti, costa moltissimo allo stato e pochissimo alle imprese ma rende stabili meno del 20% dei ragazzi avviati, e non ha arginato il lavoro precario. Invece di usare altri soldi per incentivare le stabilizzazioni degli apprendisti, si usino meglio le ingenti risorse già impegnate con sgravi alle aziende che formano e che stabilizzano. Se si vuole realmente superare l’attuale precarietà, vista la media età degli attuali precari (oltre 40 anni) occorre superare il limite dei 29 anni dell’attuale apprendistato e usare il contratto d’inserimento per stabilizzare la parte più esposta degli attuali precari.

6) A tutti i lavoratori deve essere garantito un sostegno al reddito universale in caso di disoccupazione. I costi per un unica misura d’indennità di disoccupazione possono essere coperti dalla maggiore contribuzione di chi oggi non paga (le aziende che oggi assumono: apprendisti, parasubordinati, partite iva individuali, lavoratori spettacolo, ecc. ) e dall’integrazione dei fondi solidaristici istituiti dalle parti sociali con sgravi fiscali dei contributi versati.
Se la riforma non entrerà in vigore prima del 2017, non si devono lasciare ulteriormente senza ammortizzatori i lavoratori atipici iscritti alla gestione separata e per questo si deve sbloccare e allargare l’applicazione del cosiddetto “Bonus Precari” che in tre anni di forte crisi, a causa delle regole d’accesso assoultamente proibitive, ha erogato solo 24 mln sui 200 previsti.

7) I minimali di contribuzione per i parasubordinati devono essere uguali a quelli dei dipendenti, migliorando così la loro copertura previdenziale senza costi e recidendo un legame ingiusto con la gestione Commercianti che, con i suoi più alti minimali, riduce i mesi di contribuzione dei parasubordinati. 

8) L’aliquota dei professionisti con partita iva iscritti alla gestione separata dovrà essere abbassata al 24 %, come per commercianti e artigiani, perchè questi lavoratori pagano tutto il contributo da soli, Inoltre, per loro dovrà restare invariato l’attuale minimale, visto che si tratta in gran parte di veri autonomi.

9) Devono essere stabiliti sgravi fiscali per i contributi che le parti sociali destineranno al sostegno al reddito e alle tutele sociali aggiuntive dei lavoratori atipici. Come già avvenuto negli altri paesi, occorre regolare il lavoro autonomo per riequilibrare gli scompensi del mercato tra parte contraente dominante e contraente debole. Occorre poi sostenere l’accesso dei giovani e delle donne all’impresa o alla professione. 

10) È necessario approvare lo statuto del lavoro autonomo. I costi sono limitati e già definiti nella proposta di legge n° 4050 presentata alla Camera dei Deputati.

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