Inondazioni, fiumi e nuovi disegni territoriali

Le piogge autunnali del 2010 hanno messo in luce la grande fragilità del nostro territorio. Decenni di cementificazione, la limitazione progressiva delle aree di libero espandimento dei fiumi, l’artificializzazione accentuata delle dinamiche ambientali ha portato ad esaltare gli effetti di una congiuntura atmosferica certo particolare.

Al di là del triste bilancio di perdite umane ed economiche che ne sono derivate, bilancio pesante anche nella bassa padovana, questa è forse una occasione per tornare ad ascoltare il territorio. Possiamo forse imparare da questa inondazione un diverso modo di rapportarci con l’ambiente e con la rete idrografica in particolare.

Da questo punto di vista bisogna provare a superare i limiti territoriali ereditati dal passato, i confini comunali e provinciali, perché i problemi idraulici nascono a monte e si trasferiscono a valle, superando ogni recinto amministrativo. 

Per affrontare quindi la difficoltà emersa in questo frangente per il nostro territorio dobbiamo pensare Este e l’estense come un nodo idraulico in cui convergono due sistemi idrografici[1]: l’Agno-Guà-Frassine (quindi Fratta-Gorzone) e, per una sua parte, il Leogra-Astico-Tesina-Bacchiglione-Bisatto (derivazione quest’ultimo dal principale asse del Bacchiglione che da Vicenza si dirige verso Padova). Sono fiumi che hanno una identità più mobile, molteplice e “leggera” rispetto ai grandi fiumi della pianura padano-veneta: Adige, Brenta, Piave, Tagliamento, ovviamente lo stesso Po… Cambiano spesso nome e così si accentua il rischio di perdere, a livello delle politiche di intervento territoriale e nella consapevolezza comune, la visione di insieme, indispensabile invece quando si parla di corpi idrici.

Per poter leggere le dinamiche fluviali dobbiamo allora ri-unire i territori attraversati da questi sistemi nelle province di Vicenza e di Padova e, seppur in minor misura, Verona e Venezia. 


Ovvero bisogna provare a costituire un organismo, un Parlamento dei fiumi “dai molti nomi”, che metta insieme le amministrazioni dei comuni e degli altri enti territoriali (da monte a valle: Comunità montane, Bacini imbriferi montani, Consorzi di bonifica, ATO, ma anche comitati locali della Protezione civile, associazioni ambientaliste, etc.) che si occupano della gestione/tutela/valorizzazione dei sistemi idrografici: difesa idraulica e tutela della qualità dell’acqua, coordinamento degli usi della risorsa, salvaguardia ambientale, programmazione territoriale… Un organismo almeno inizialmente informale, autoconvocato, che affronti nel suo insieme i territori dei bacini fluviali che convergono sull’estense, e che dall’estense si dirigono al mare, per analizzare la situazione, per prevenire future situazioni critiche. 

Per dare voce unitaria a questi fiumi molteplici, per ascoltare le “loro” richieste, per ripensare a questi assi fluviali come corridoi ecologici privilegiati per una ricomposizione territoriale. Per dare spessore temporale agli interventi sul territorio, sapendo cosa c’era nel passato, quale è stata l’evoluzione storico-territoriale; per costruire/recuperare un sapere territoriale unitario; per disegnare mappe del patrimonio ambientale e territoriale che ci unisce; per individuare scenari strategici capaci di guidare una pianificazione alternativa. 

Materialmente, per coordinare la richiesta di fondi a UE, stato, regione, province, banche locali, fondazioni, all’interno di un progetto che dia respiro alle singole iniziative, così da poter individuare risorse nuove da mettere in gioco. Per coordinare i molti attori in gioco, per lanciare progetti pilota e costituire patti territoriali in grado di sostenerli.

Per fare tutto questo serve una unità politico-territoriale che corrisponda all’unità fisico-ambientale, idrografica, serve quindi un luogo politico che dia espressione a questa nuova consapevolezza. Uno strumento che può essere considerato, sulla scorta delle esperienze di altre regioni (Lombardia, Piemonte, Toscana), è il Contratto di fiume[2].

Si può incominciare proponendo un incontro ad alcuni attori principali: i Consorzi di bonifica, le Comunità montane, l’ATO, i comuni maggiori di questi bacini (ad es. Valdagno, Schio, Vicenza, a valle Chioggia, senza escludere altri comuni già sensibili)[3]

Un incontro che possa servire a fare un primo bilancio dell’esperienza dell’inondazione, ad ascoltare le esperienze dei Contratti di fiume attuati in altre regioni, a lanciare una iniziativa di consultazione territoriale a livello dei bacini. 

Este potrebbe essere il comune promotore: a mezza via tra le sorgenti e il mare, è forse l’ospite migliore di questa iniziativa. Il convegno potrebbe diventare la prima tappa di un itinerario che aiuti ad identificare un modo diverso di leggere il territorio a partire dai fiumi, che può portare a disegni territoriali più adeguati, ripensando quella relazione tra comunità umane e ambiente che è il fondamento primo, anche se troppo spesso trascurato, di uno sviluppo locale sostenibile.

Morena


[1]A questo quadro si aggiungono i problemi dello scolo delle acque dai colli.
[2]Si tratta di uno strumento di programmazione negoziata e di pianificazione strategica partecipata per la riqualificazione dei bacini fluviali.
[3]Se oltre alla derivazione del Bisatto si scegliesse di coinvolgere anche il corso principale del Bacchiglione si intercetterebbe pure la città di Padova: i due sistemi fluviali, a partire dalle prealpi e dalle risorgive vicentine, abbracciano i colli Berici e i colli Euganei: tutta una fascia centrale del Veneto, tra Adige e Brenta, che ancora non “sa” di essere unita da un destino idrografico comune, se non quando si risveglia traumatizzata come è accaduto nei mesi scorsi.

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