LA SOLITUDINE DEI SINDACI

Nei prossimi giorni, in Italia, si andrà al voto per il rinnovo di molte amministrazioni locali. Potrebbe essere un’occasione per effettuare alcune riflessioni sulla riforma elettorale del ’93, che concentrò nella figura del Sindaco il perno di qualsiasi intervento riformatore.
Sono trascorsi vent’anni da allora e, come cittadini, abbiamo avuto modo di valutarne sia gli aspetti positivi che quelli negativi.
Da tangentopoli in poi, nella vita italiana, si sono succeduti una molteplicità di eventi fino ad arrivare alla crisi finanziaria degli ultimi anni.
La scelta diretta del Sindaco, da un lato e dall’altro lo sfilacciamento progressivo del rapporto tra partiti e cittadini, ha progressivamente condotto il Primo Cittadino a svolgere una funzione centrale, non solo sotto il profilo amministrativo, ma anche dal punto di vista politico.
Non a caso alcuni Sindaci di grandi città hanno assunto un ruolo di “opinion leader” nel dibattito nazionale.
Tutto ciò ha alimentato un sovraccarico di aspettative e di responsabilità che alla lunga rischiano di sfiancare la stessa funzione istituzionale.
Qualche segnale di stanchezza si è palesato nell’ultima tornata amministrativa con un improvviso calo del tasso di conferma dei sindaci uscenti, o addirittura in questa tornata dove già nella fase delle primarie qualche sindaco ha ricevuto una sonora bocciatura.

Forse, per aiutare i sindaci a uscire dalla deleteria solitudine in cui progressivamente sono stati rinchiusi, si deve intervenire sui nodi irrisolti nel sistema politico italiano. Un intervento duale che, dall’alto e dal basso, rimetta il Sindaco nelle condizioni di operare scelte “non obbligate” e condivise.


Dall’alto, attraverso l’abbandono degli interventi statali che hanno portato quasi al collasso le amministrazioni locali, “scaricando” deleghe senza risorse, nel nome di un federalismo che non è mai arrivato. Negli ultimi 15 anni lo stato ha abrogato gran parte delle politiche pubbliche che si occupavano della vita concreta della gente, dai trasporti, all’istruzione, alla casa, ai servizi sociali.
Mentre gli altri stati europei si davano leggi per diminuire il consumo di suolo, per sostenere la famiglia o per favorire l’integrazione dei migranti; in Italia si emanavano norme inefficaci che hanno favorito la speculazione e la demagogia.

Si è affermata una malintesa autonomia locale che ha significato da un lato caduta di responsabilità dello Stato verso la condizione urbana e dall’altro un suo ipertrofico intervento legislativo sui bilanci e sulle amministrazioni degli Enti Locali, con l’esclusiva logica dei tagli.

La solitudine dei sindaci va superata soprattutto in basso verso nuove forme di democrazia cittadina. L’uomo solo al comando non ha funzionato nel Paese e gli italiani ne hanno preso atto in modo traumatico. Ma non funziona neppure nelle forme più dolci del governo comunale. I vantaggi iniziali della forte personalizzazione si sono tramutati spesso in evidenti difetti. Doveva assicurare stabilità di lungo periodo, ma non sempre il secondo mandato è stato migliore del primo. Doveva conferire potenza decisionale, ma quasi sempre questa viene spesa per interventi di corto termine e di sicuro impatto mediatico.

Si riapre il problema di una democrazia governante, di una mediazione nel corpo sociale, di una influenza reale dei cittadini sulla cosa pubblica. In una parola c’è bisogno di più Partecipazione.

I nuovi sindaci di Milano, Napoli e Cagliari sono stati eletti proprio con questa domanda di superamento dell’uomo solo al comando e i primi passi di quelle giunte hanno cercato di dare risposte concrete alle aspettative. L’auspicio è che anche in questa tornata elettorale possano affermarsi altre amministrazioni decise ad intraprendere nuove strade.


Este, 03/05/2012 


 Natalino Boris Furlan

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