lettera aperta sul federalismo


  1. Caro ministro Bossi,

    le stanno portando via il federalismo fiscale. 


    Lo soffocano sotto il peso di emergenze che nulla hanno a che vedere con gli interessi reali del Paese, del Nord e del Sud indistintamente.

    Lo depotenziano perché distratti dalla sopravvivenza di un governo in apnea, quasi non si rendessero conto che quella in agenda è la più importante riforma sul funzionamento dello Stato degli ultimi decenni.

    Queste cose lei le sa perfettamente.

    Eppure, va avanti pur di portare a casa il risultato, mentre è ormai chiaro a tutti che questo, semplicemente, non è federalismo.

    È un ibrido che rischia di trasformarsi in un pasticcio che non determinerà né autonomia né equità.
    Noi lo ripetiamo da mesi: al federalismo crediamo tanto quanto la Lega, ma vogliamo farlo bene.

    Abbiamo presentato studi che dimostrano che la rotta va corretta.

    Ci siamo detti favorevoli a collaborare e a votare sì, ma a patto di riequilibrare le distorsioni del federalismo municipale.

    Abbiamo espresso posizioni molto dure sugli sprechi delle pubbliche amministrazioni, di quelle del Sud in particolare, invitando tutti a mettere da parte alibi e tabù ideologici in nome dell’interesse generale del Paese.

    Chi bene amministra va premiato, chi amministra male va sanzionato.

    Proprio per questo, ministro Bossi, sostituire le entrate proprie con quelle derivate distorce il principio cardine del federalismo, ossia lo stretto legame tra autonomia finanziaria e responsabilità, e tradisce l’assioma “pago-vedo-voto”.

    Allo stesso modo i paletti messi dal ministro Tremonti rischiano di mortificare sul nascere la riforma.

    La legittima preoccupazione di far quadrare i conti, anziché tradursi in veti preventivi, potrebbe infatti risolversi con ordinarie clausole di salvaguardia sui vincoli di finanza pubblica e sul divieto di aumentare la pressione fiscale.

    Perché non correggere in corsa questa incongruenza?

    La realtà è che stiamo acquistando una Cinquecento invece di una Ferrari, solo perché oggi siamo costretti a percorrere strade con un limite di velocità bassissimo, incuranti del fatto che domani saremo obbligati a correre in Formula 1.

    Infine, Berlusconi, che si ostina dire no a qualsiasi imposta sul cespite-prima casa.

    È vero: eliminare l’ICI, come anche non tener conto dei redditi catastali, è giusto, dato che i valori catastali sono i primi elementi che determinano la più grande sperequazione e ingiustizia tra i cittadini (anche all’interno dello stesso Comune).

    Meno giusto è che oggi una famiglia privilegiata – con casa propria senza figli, né anziani, né familiari con problemi a carico – non paghi di fatto niente al Comune.

    Ma dove mai il sindaco di un Comune senza seconde case né immobili con destinazione produttiva potrà trovare le risorse?

    La risposta è elementare: dovrà chiederle alle famiglie che usufruiscono dei servizi comunali, quelle con figli, anziani, portatori di handicap.

    Tutto questo prima o poi la Lega dovrà pur spiegarlo ai propri amministratori e militanti.

    Ed è prevedibile che anche per voi sarà difficile non pagare lo scotto di una decisione frettolosa e di palese sapore elettorale.

    Per questi motivi ripetiamo a lei, e ai ministri Calderoli e Tremonti, che servono garanzie reali sui servizi una volta definiti i fabbisogni.

    Con una tempistica stringente: prima si definiscono i fabbisogni, poi la perequazione.

    Prima si comprende quanto occorre per finanziare asili nido, mammografie, servizi ai disabili, poi si costruisce il fondo di solidarietà per non lasciare indietro le aree deboli.

    Per questi motivi le rilanciamo la proposta Letta sulle detrazioni fiscali per 4 milioni di inquilini non proprietari, attraverso la cedolare secca.

    Per questi motivi insistiamo sull’autonomia vera: i sindaci ottengono le risorse, i sindaci devono utilizzarle bene, i sindaci sono mandati a casa o riconfermati in funzione di questo utilizzo.

    Siamo ancora in tempo per evitare un corto circuito istituzionale e per fare della riforma del federalismo fiscale quel riassetto delle finanze dello Stato all’insegna della responsabilità e dell’equità che tutti vogliamo, a partire dal PD.

    Non consentiamo alla degenerazione dell’etica pubblica di corrompere anche un percorso comunque collaborativo sul federalismo fiscale.

    Un percorso iniziato, sia pure tra alterne fortune, ormai dieci anni fa con la riforma del Titolo V della Costituzione.

    Il Paese tutto intero non ce lo perdonerebbe e a nessuno potremo dire per scusarci: “E’ colpa di Ruby”.

    Francesco Boccia – Marco Stradiotto

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