Marcia indietro del Governo sulle spiagge!

Natalino Boris FurlanMarcia indietro del Governo sulle spiagge!


“Le due sberle” elettorali prese dal centro destra, in questi giorni, hanno influito sul dibattito parlamentare relativo agli articoli del Decreto “per lo sviluppo” presentato dal Governo Berlusconi.
Come molte proposte di legge, del centro destra, anche questa è caratterizzata dalla volontà di premiare un’economia basata sulla privatizzazione dei beni comuni e sull’appropriazione da parte di “alcuni” privati di tutte le rendite, a cominciare da quella immobiliare.
É un’economia il cui obiettivo finale è arricchire i portafogli dei potenti, portando via alla collettività tutto quello che può essere convertito in moneta in tempi brevi.
Le manifestazioni di piazza, che dalla Spagna arrivano alla Grecia, lasciano indifferenti i nostri governanti, refrattari a comprendere che tutti i nodi della politica economica del liberismo stanno arrivando al pettine.

Invece di puntare su un’economia che valorizzi il lavoro, che punti sull’innovazione, che arricchisca le dotazioni sociali, che accresca il benessere degli abitanti (a partire dai più deboli) persegue la solita via affrontando i problemi con un orizzonte ridotto:
incassare ora, senza chiedersi quanto queste scelte peseranno sulle future generazioni.
Nel Decreto, uno dei punti negativi di maggior rilievo era l’estensione a 90 anni della concessione delle coste, ridotta poi a 20 ed infine tolta.
Nonostante questo repentino “dietro-front”, tipico dei ragazzini colti con le mani nella marmellata, ritengo opportuno esprime alcune riflessioni sulla questione.
Nella consapevolezza generale, nel diritto e nella legislazione vigente le nostre coste sono un bene comune e un bene pubblico di grande valore.
Questo assetto patrimoniale l’abbiamo ereditato da una borghesia ottocentesca, capitalista e liberale, che aveva sicuramente un concetto più alto di “amor patrio”.
Le leggi n. 1497 e n. 1089 del 1939, l’art. 9 della Costituzione e tutta la legislazione degli ultimi anni, centrata sulla tutela del paesaggio (dalla legge Galasso del 1985 ai codici del paesaggio), hanno riconosciuto le coste come una componente essenziale del paesaggio nazionale e una delle categorie di beni da tutelare rigorosamente.
Aprire l’uso delle coste alla cementificazione e alla privatizzazione vuol dire rinunciare alla tutela, ma anche non garantirne più la fruizione da parte di tutti.
Un’aberrazione che aveva sollevato molte proteste accese che avevano prodotto un primo risultato: quello di ridurre a 20 anni il periodo della loro privatizzazione.

Però la storia delle concessioni autostradali, prorogate ripetutamente alla scadenza dei vent’anni non ci confortava!
Che paese è uno Stato dove la provvisorietà, di proroga in proroga, diventa definitiva?
Fortunatamente il voto sui referendum ha “piegato” l’arroganza di molti appetiti.
Con la norma sulla privatizzazione delle coste, nel nome di una “liberalizzazione” a senso unico, da un lato si costituivano delle condizioni di privilegio e dall’altro si “disinnescavano” norme a garanzia della tutela del paesaggio e della sua fruizione universalistica.
La regolamentazione di ciò che si può fare sul territorio, in che modi, con che funzioni e quantità, è nelle competenze di una istituzione che rappresenti la totalità dei cittadini: lo Stato.
Del resto la pianificazione urbanistica moderna è stata inventata dagli stati liberali e borghesi a partire dall’ottocento, proprio perché ci si è resi conto che il mercato, da solo, non sapeva né poteva risolvere alcune questioni che richiedevano una visione (e una decisione) collettiva, d’insieme, sistemica.
Il carattere stupidamente reazionario di queste norme, presentate ed approvate all’insegna di una “deregulation da cortile”, è veramente straordinario. 
Speriamo che “il vento del cambiamento” soffi così forte da spazzare via questo decreto e ristabilire, in chi ci governa, un maggiore senso dello Stato. 

Furlan Natalino Boris

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