Metamorfosi degli strumenti urbanistici

Il secolare confronto/scontro tra l’interesse generale e gli interessi privati, sulla scena urbana, alla fine del secondo conflitto mondiale, ci aveva consegnato una legge urbanistica innovativa.
La legge n. 1150 del 1942, che accogliendo la cultura razionalista, aveva l’ambizione di organizzare e pianificare il territorio comunale secondo le quattro “funzioni urbane”: abitare, lavorare, ricrearsi (coltivare il corpo e lo spirito) e circolare.
Attraverso la programmazione dello sviluppo, l’imposizione di vincoli e l’utilizzo dell’esproprio si aspirava a disegnare città ordinate, salubri ed anche belle.
L’incalzante modernizzazione degli anni cinquanta ed il clima riformista degli anni sessanta (dalla riforma della scuola alla nazionalizzazione dell’energia elettrica) investirono anche il mondo dell’urbanistica e attraverso alcune leggi ampliarono gli aspetti innovativi della legge del 1942.
Dal tema della casa a quello degli spazi pubblici (gli standard), attraverso la definizione di parametri oggettivi, si tenta di contrastare la speculazione e di migliorare la qualità di vita delle persone.
Nonostante il fermento costruttivo di quegli anni, accompagnato da un aumento generalizzato del benessere, il riformismo perde la battaglia principale: quella contro la rendita fondiaria e la speculazione immobiliare.

A causa di questa sconfitta, il ruolo dell’urbanistica viene imbrigliato, trasformandola da strumento di “preVisione” a gestione burocratica del territorio.
Gli anni ottanta si caratterizzano per un’alta conflittualità processuale.
Da un lato il replicarsi di “condoni edilizi”, che premiavano chi non aveva rispettato le leggi vigenti, e dall’altro l’impaludamento di molti Piani Regolatori di grandi città, bloccati da migliaia ricorsi amministrativi, decretarono lo stato comatoso dell’urbanistica.
Nel cercare una via di uscita da quella situazione, dopo varie sperimentazioni, il dibattito urbanistico si orientò verso una forma diversa di Piano e nel 1995 al Congresso INU (Istituto Nazionale di Urbanistica) venne presentata la proposta di un Piano Regolatore Comunale duale:
1)    Piano Strutturale – non conformativo e solo programmatico;
2)    Piano Operativo – conformativo e prescrittivo, relativo alle trasformazioni.
Qualche anno dopo, in conformità con la potestà concorrente, prevista dalla costituzione, le Regioni incominciano ad emanare leggi che accolgono questa indicazione.
Pur rimanendo vigente la legge del 1942, nasce una nuova generazione di Piani.
Nel Veneto è la legge regionale n. 11del 23 aprile 2004 a dare i nuovi indirizzi.
Nella nostra Regione il Piano Strutturale assume il nome di P.A.T. (Piano Ambito Territoriale), mentre il Piano Operativo viene denominato P.I. (Piano degli Interventi).
Volendo riassumere il senso di questi due livelli della pianificazione, potremmo riferirci al PAT come piano delle strategie generali individuate dall’Amministrazione Comunale con una validità di medio-lungo periodo. Come tale questo strumento non è “conformativo”: cioè non assegna capacità edificatoria, ma ha più che altro lo scopo di dare forma all’intenzionalità dell’amministrazione, e di segnalare i “macro-ambiti” suscettibili di “valorizzazione” in funzione del perseguimento di una specifica strategia di sviluppo.
Il PI è invece il documento urbanistico che recepisce i progetti di sviluppo e/o trasformazione/rifunzionalizzazione degli ambiti coerentemente con gli indirizzi del PAT. Trattandosi si uno strumento operativo, esso ha una validità limitata, che di norma è fatta coincidere con la durata del mandato amministrativo ( e per questo viene chiamato “Piano del Sindaco”).
Oltre ad una nuova definizione della “cornice generale” della pianificazione, la legge regionale introduce o recupera strumenti alcuni strumenti di attuazione del piano:
·       Accordi di partenariato pubblico/privato
·       Accordi di programma
·       Compensazione urbanistica
·       PUA
·       Perequazione edilizia
·       Credito edilizio
Se da un lato, la pianificazione organizzata su due livelli  e la tipologia di diversi strumenti di attuazione, rendono la nuova normativa meno rigida e più trasparente, dall’altro incombono alcuni rischi che potrebbero riportare l’urbanistica nella “palude” che i grandi interessi immobiliari l’anno tenuta per trenta anni.
Questa è una sfida che dovremmo affrontare anche ad Este, ci riusciremmo?



Este, 18/05/2012                              Natalino Boris Furlan

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